Info
Disappunti
Disappunti è un progetto di scrittura narrativa e poetica di Demo Keller (eteronimo di Vincenzo Portone).
Una raccolta di testi quasi sempre espressi con la forma retorica del disappunto, utilizzando gli strumenti del pensiero critico e della critica sociale.
Il progetto nasce dal tentativo di sottrarsi ai punti di vista, alle opinioni, ai pro e contro, all’essere d’accordo totalmente, in parte o per niente, per concentrarsi piuttosto sulle forme del pensiero critico, senza esserne distolti.
Nessun bisogno di alleviare sofferenze esistenziali, nessuna ricerca di rimedi all’infelicità o al tedio domenicale. Contenuti, innanzitutto. Nessun formalismo fine a sé stesso. Il messaggio è sempre più importante della forma, della sintassi, dei canoni espressivi.
Demo Keller / Vincenzo Portone
Demo Keller è un eteronimo (più che pseudonimo) di Vincenzo Portone. VP è un insegnante. Moglie e tre figli. Né cani, né gatti, né guinzagli. Nessuna identità nazionale (la sua patria è il mondo intero). Distante da tutte le ideologie. Libertario. Collettivista. Una sconfinata passione per la musica alternativa indipendente. Un solo maestro di vita, il sommo poeta GLF. Segni particolari: tutte le cicatrici di 29 anni di berlusconismo. Il suo posto non è al centro, ma defilato, dove non lo si nota (o lo si nota di più, come direbbe Nanni Moretti). Ad osservare. Sta invecchiando splendidamente, procedendo per sottrazione.
Demo Keller, essendo un eteronimo, può essere chiunque. Uno, nessuno o centomila. Identità plurime, mutevoli, definite ma indefinibili.
Nei suoi versi il mondo è al collasso, ma rinasce in poesia, tra le rovine e dentro luoghi oscuri, dove affiora il rumore della memoria. Uno sguardo esistenziale sul presente, soffocato dalle ombre del passato, che rifiuta l’idea di poesia come consolazione. Il verso è un residuo, un simulacro (vedi Baudrillard), ciò che resta dopo il collasso dell’identità.
In un mondo sospeso tra macerie, vuoti e silenzi di una civiltà in declino, Demo Keller esplora ciò che va oltre l’umano. Tra paesaggi desolati e reminiscenze, i versi sono frammenti di memoria, come cenere ormai spenta. Versi che sussurrano, che inquietano, dove il tempo appare fermo su sé stesso.
La poetica di Demo Keller è fluida, velenosa, rituale. Un immaginario esistenziale distopico, in cui il lirismo lascia poco spazio alle emozioni.
Un espressionismo concettuale che si richiama a concetti lacaniani, come la frammentazione dell’io dentro le strutture del linguaggio.
Una poesia esistenziale gotica, post-umana, anti-filosofica, viscerale, disturbante a volte, non romantica ma cerebrale.
I versi abitano i confini tra individuo e collettività, tra ordine e caos, esplorano le forme del libero pensiero, dell’autonomia e del dissenso, mettono in discussione le norme che regolano il potere e l’immaginario contemporaneo.
Una possibile biografia
Demo Keller nasce in una periferia senza nome, di una città che cambia toponomastica ogni dieci anni per cancellare la memoria. Cresce tra palazzi incompiuti, chiese sconsacrate e schermi non più accesi. Scrive i primi testi su muri destinati alla demolizione o su fogli rinvenuti dentro case abbandonate.
Preferisce il silenzio, ma quando scrive è contento di far danni. Non compare in pubblico. Se lo facesse, lo farebbe su una scena buia, di spalle, dentro a luci soffocate e intermittenti.
Non parla di futuro, scrive dal dopo, per chi non si riconosce più nemmeno nel proprio nome.