WARSAW files
Tickets to Warsaw
Davanti al monitor del Pc, non prima di assecondare un'ultima possibilità di ripensamento, ho finalmente premuto il tasto “Invio”. Atto definitivo, non si torna indietro. Volo a/r per Varsavia.
Prima, son stato dieci minuti a fissarmi davanti allo specchio. Io dicevo a lui: “Che cazzo ci vai a fare?”. Il mio ego mi ammiccava, scocciato: “Cos’altro stiamo aspettando ancora, Vinz?”.
Oltrecielo
Da ragazzo viaggiavo per quell’irrinunciabile spirito di libertà e conoscenza, che ti spinge a partire comunque, anche senza una destinazione.
Adesso viaggio per liberarmi dal peso insopportabile delle mie origini, dalle mie abitudini, dal vuoto delle mie appartenenze.
Durante i miei spostamenti, che mi trovi su un treno, a duemila metri di quota, o sull’oceano infinito, vengono fuori timidamente i miei sentimenti più intimi, da sempre prigionieri della mia incapacità di esprimerli.
E lo so da sempre, che soltanto dopo un lungo viaggio potrà arrivare, inaspettata, una nuova parte di me.
Ristretta/mente
Non so voi ma a me, quando la gente gli dici Polonia e risponde Papa Wojtyla, beh... a me mi fan girare le palle! Ma solo il papa conoscete della Polonia? E Chopin? Copernico? I cineasti polacchi Polanski Wajda Kieslowski Skolimowski? Niente? E Boniek cazzo? Neanche Boniek?
Attese
Aspettando in fila, in attesa di sbrigare le solite pratiche frontaliere, in questi luoghi ameni chiamati aeroporti, questi “nonluoghi” come li ha definiti Marc Augè, devo tenere a bada la mia insofferenza, che alla vista dei connazionali italianiallesterocomefosseroalmare, inizia a scalpitare.
Ripeto, non so voi, ma a me ci son delle volte che mi piace, lasciarmi ingannare dalle apparenze. E non chiedo altro. Lo spettacolo indecente che questi figuri mi mostrano mi basta e avanza. E li tengo alla giusta distanza.
L’ultimo appello è da dimenticare
Radio Varsavia. Una delle canzoni politiche di Battiato tra le più esplicite. Nel testo Battiato rievoca per immagini eventi della storia della città cronologicamente diversi: il ghetto degli ebrei e il loro massacro, la distruzione della città, l'ordine ristabilito, il patto di Varsavia, le fughe verso l' occidente negli anni '80 dai paesi della cortina di ferro.
Il brano apre l’album L’Arca di Noè, pubblicato nel 1982, pochi mesi dopo l'invasione del generale Jaruzelski, che pose momentaneamente fine all'esperienza del movimento popolare Solidarnosc. Il generale proclamò lo stato di guerra in Polonia, e quindi la legge marziale. Le strade invase dai carri armati. Tutti i dirigenti di Solidarnosc catturati.
E i volontari laici
scendevano in pigiama per le scale
per aiutare i prigionieri
facevano le bende con lenzuola.
E i cittadini attoniti
fingevano di non capire niente
per aiutare i disertori
e chi scappava in occidente.
Radio Varsavia
l'ultimo appello è da dimenticare.
[RADIO VARSAVIA Franco Battiato]
L’ultimo appello è quello lanciato da Radio Varsavia il 5 Settembre del 1939:
"Tu movi Warzawa, serce narodu, tu movi Warzawa; Warzawa, s toba zwyciestwo albo smierc" (Qui parla Varsavia, il cuore del popolo, qui parla Varsavia; Varsavia, con te la vittoria oppure la morte").
Durante la seconda guerra mondiale, mentre i polacchi venivano trucidati, nel silenzio degli alleati, Radio Varsavia era l'unico strumento a disposizione del popolo polacco, per diffondere nell’etere disperate richieste d’aiuto. A lungo rimase viva l'eco degli appelli della Radio, unica voce di un popolo che dimostrò una forza d'animo immensa.
Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza
Meglio conosciuto come Patto di Varsavia. Alleanza militare tra gli Stati comunisti del blocco sovietico, nata nel 1955 come contrapposizione all'Alleanza del Patto Atlantico (Nato) del 1949.
La sua effettiva consistenza politica non fu mai messa alla prova in un conflitto reale e l'alleanza mostrò la sua debolezza al momento del crollo dei regimi comunisti in Europa orientale dal 1989 in poi.
Il patto fu ufficialmente sciolto nel 1991. L’anno in cui mi crollò il mondo addosso. I Cccp non esistevano più.
Le città dell’Est
Ricostruite dopo la loro distruzione. Alla fine della seconda guerra mondiale, distrutte dai tedeschi in ritirata o rase al suolo dai bombardamenti degli alleati.
Sono nate tutte dalle proprie ceneri, le città dei tempi a venire.
Frame
Seduto in un vecchio tram di fine secolo scorso, con le seggiole in formica, guardo palazzi impilati lungo Aleje Jerozolimskie, scorrere lenti dietro un vetro appannato da pioggia e vapore umano. Ascoltando in cuffia una spoken song di Laurie Anderson, ho fatto una foto ad un enorme cartellone pubblicitario, di grafica retrò, che domina su Warszawa Centralna.
“Trzeba kochac wiele razy, zeby sie przekonac, ze kochalo sie tylko raz”.
Più tardi, Google Traduttore mi trasformerà questo geroglifico in “Devi amare molte volte per scoprire che hai amato una sola volta”.
I sopravvissuti
Tutto quello che i cittadini di Varsavia sono, o sono stati negli ultimi settanta anni, l’hanno rubato al destino. Sono i sopravvissuti alle bombe inesplose, alle repressioni, ai carri armati, alle leggi marziali. Qualcuno ha sfiorato la morte per un soffio, in tanti hanno perso i familiari.
Gli edifici della città che ti raccontano queste storie sono ancora lì, quasi intatti. Macerie e rovine, spesso sotto forma di reperti museali. Interi quartieri abbandonati, come relitti di un naufragio collettivo.
Li percorro in bici. Ogni tanto mi fermo con la tentazione di rubare uno scatto, una foto. Ma desisto, in profondo rispetto per l’invisibile, tutto ciò che non potrebbe rimanere impresso nei pixels. Non prendo neanche appunti. Non ne ho bisogno. Quello che sento e che vedo, in questi posti, rimangono impressi nella memoria senza bisogno di simulacri.
Poesia e barbarie
In questa notte di barbari teppisti birraioli in Chmielna Warszawa, che ridono e berciano dopo ogni bottiglia fatta schiantare su un muro di fronte alla mia finestra, nell’impossibilità di conciliare la stanchezza accumulata con un sonno rigenerante, accendo la TV.
Su uno di questi canali nazionali senza garbo né grazia, traboccanti di parole impronunciabili e incomprensibili, ci sono i sottotitoli in inglese. Ci provo.
Si parla di poesia. Gira tutto intorno a un nome, Anna Swirszczynska.
A fatica ne percepisco la biografia, dalle immagini perlopiù. Poetessa e attivista clandestina nell’ambiente letterario della capitale, durante l’Insurrezione di Varsavia del ‘44. Operaia, cameriera e inserviente d’ospedale.
Femminista soprattutto. Scriveva di donne coraggiose che non ammettono compromessi, contadine, operaie, casalinghe, madri stanche, donne tormentate dalla vita e dai mariti, donne che vincono e che perdono.
Non perdo un secondo. Ancora (che maledetto tu sia) Google. Stavolta mi fa dono di questa perla.
Alzando la barricata
Avevamo paura alzando sotto il fuoco la barricata.
Il bettoliere, l’amante dell’orefice, il barbiere, tutti paurosi.
Cadde a terra una servetta
sollevando un masso dal selciato, avevamo molta paura,
tutti paurosi, il portinaio, la mercatina, il pensionato.
Cadde a terra il farmacista
trascinando la porta della latrina, avevamo ancora più paura,
la contrabbandiera, la sarta, il tranviere, tutti paurosi.
Cadde un ragazzo del riformatorio
trascinando un sacco di sabbia,
ebbene avevamo paura davvero.
Benché nessuno ci costringesse,
alzammo la barricata, sotto il fuoco.
Nel frattempo un improvviso diluvio universale abbattutosi sulle teste dei miei poveri teppistelli di strada, li ha ricacciati tutti nelle loro topaie. La quiete dopo la tempesta, come amava ripetere il mio Prof d’Italiano al Liceo, dopo essere entrato in classe richiudendosi la porta alle spalle.
Posso andare a dormire adesso. Ripensando a orefici, barbieri, portinai, farmacisti dietro le barricate.
Un popolo a me straniero, eppur così familiare.
Disincanto
Efficienza, modernità, crescita, progresso. In nessun posto, come a Varsavia, queste parole paiono così reali ma contemporaneamente così prive di significato, vuote, superate.
E io, che davanti a questo nulla, a questa bellezza e a questo infinito, non faccio che chiedermi qual è, adesso che non ho più venti anni, il mio posto del mondo.
Cinéma d'Art et d'Essai
I luoghi immaginari della mia mente, che mi son costruito per anni riguardo alla Polonia, non sono geografia, né storia. Sono cinematografia.
La mitica Scuola di Lodz. Scuola Nazionale di Cinema, Teatro e Televisione. Intere generazioni di cineasti. Andrzej Wajda, Roman Polanski, Jerzy Skolimowski, Krysztof Zanussi.
Ma, sopra a tutti, Krzysztof Kieslowski. Il Decalogo, La doppia vita di Veronica, Film Blu, Film Bianco, Film Rosso.
Poi, improvvisa, la notizia della sua morte, 13 Marzo 1996. Travolto da una tesi di laurea che non riuscivo a finalizzare, tra ripensamenti, nausea e crisi di identità.
Come avrei fatto? Il mio regista preferito non avrebbe girato più neanche un centimetro di pellicola.
Un lutto per me ancora oggi non completamente metabolizzato. Ancora adesso, dentro a tutti i film d’autore che guardo, non cerco altro che lui. Vedo ovunque riferimenti al suo cinema.
E talvolta accade il miracolo. Come nei film di Andrey Zvyagintsev.
Nel passato, con L’enfer di Tanovic. Ma anche di recente, ne Le donne e il desiderio di Tomasz Wasilewski.
Magra e triste consolazione. Ma pur sempre consolazione.
Monopolio di Stato
Non saprei dire perché ed in quale momento di questo viaggio sia accaduto, ma mi è tornato in mente un vecchio appunto, che avrò copiato mille anni fa da una delle mie remote letture.
“Lo Stato non potrà mai tollerare la violenza altrui, perché la violenza è un monopolio di Stato”.
Nelle città dell’Est europeo che ho visitato lo Stato ti mostra la violenza nei suoi musei, progettando e costruendo luoghi della memoria.
E cosa mette in esposizione? La violenza dello Stato stesso, contro le popolazioni inermi.
A Varsavia, come a Berlino, le violenze di Stato sono arrivate da due fronti, prima quello Nazista, poi quello Comunista.
Puoi camminare nel centro storico della città, ricostruito fedelmente (dallo Stato) dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, e sentire questo senso di artificio. Lo Stato ha ricostruito tutto esattamente com’era. Palazzi nuovi vestiti di antico. Ma non è la stessa cosa, manca l’anima. Tedeschi e sovietici hanno defraudato questa città della sua cultura. L’hanno condannata all’oblio.
La storia di Varsavia è la storia di un popolo condannato a sfilare silenzioso nei cortei funebri, a piangere i suoi giovani figli.
1991. Il comunismo che si sgretola e via
Non mi piacciono i grandi pub turistici in genere, per via dei rumori, della troppa gente e per la musica, o troppo alta o di genere per me inascoltabile (tra l'acufene e le voci bianche del funkysoul preferisco tenermi il primo).
Così, dopo una breve passeggiata nel chiasso pomeridiano del quartiere Praga, io e Lukasz decidiamo di metterci comodi per fare quattro chiacchiere in santa pace. Optiamo per la soluzione più alla portata, un muretto del vialetto d'ingresso alla Zoo di Varsavia.
Poi però, disturbati dalle biciclette e dalla gente a passeggio coi cani, ci spostiamo. Scendiamo il ponte sulla Vistola e ci sbrachiamo su una specie di enorme chiatta di legno, sui bordi del fiume che scorre silenzioso al crepuscolo.
Lukasz l'ho conosciuto al Kafka Cafè. C'ero entrato attratto dai libri, e perché stava iniziando a piovigginare.
"Cosa ti porta a Varsavia?" mi aveva chiesto, vedendomi scrivere appunti.
"Le storie che non ho ancora scritto"avevo risposto secco, vergognandomi subito dopo per la pateticità.
"Anche io scrivo. Contenuti per siti culturali. Se ti va ho io una storia, credo ti piacerà. Magari tu mi aiuti con qualcosa che non so sul cinema di Fellini.
"Affare fatto", anche se io del cinema italiano, se c'è una cosa che non sopporto, quello è proprio il cinema di Fellini.
Ed eccoci qua. Che mi racconta la storia di suo padre, che per questioni di secondi e di centimetri non ha perso la vita nel crollo delle torre d'acciaio più alta d'Europa.
8 Agosto 1991. Alle 16 crolla la torre radiofonica di Kostantynow, a est di Varsavia. Al momento del cedimento era la struttura più alta al mondo con i suoi 646 m. Costruita per diffondere il segnale della radio pubblica polacca, crollò a causa del cedimento di un ancoraggio durante una manutenzione periodica. Nessun ferito né morti, ma tante storie di operai sopravvissuti per un nulla. Secondi e centimetri, appunto.
Ma non so perché, ho come la sensazione che quella data sia già occupata nella mia memoria. Controllo online. E infatti. Non è stato un giorno qualunque. Quel giorno ha cambiato per sempre le sorti umane, e non per il cedimento di una torre.
Così invece di aneddoti sul cinema di Fellini, io e Lukasz finiamo per parlare di una storia diversa.
Nel momento esatto in cui la torre veniva giù, io ero davanti alla TV insieme a milioni di italiani. Scioccato, incredulo, commosso da quello che stava accadendo.
Quel giorno, in Tv è andato in scena un dramma umano. La «Vlora», una nave proveniente da Durazzo con a bordo ventimila cittadini del Paese delle Aquile, si era presentata inaspettata nel porto di Bari.
Un piccolo mercantile sovraccarico fino all’inverosimile di albanesi in fuga dalla dittatura comunista di Enver Hoxa. Un'iniziativa improvvisa, non premeditata, in un paese ormai nel caos.
Ma la Capitaneria prendeva tempo, non poteva concedere l'autorizzazione allo sbarco. Passarono momenti eterni. Nessuno aveva idea di cosa stesse accadendo. Poi, all'improvviso qualcuno si buttò in acqua, poi altri, e altri ancora.
A quel punto, la nave venne fatta attraccare. I profughi si riversarono sulle banchine, invadendo il porto e le strade intorno.
La Puglia conosceva già bene la realtà degli sbarchi, perché da mesi era cominciato il via vai di decine di profughi in fuga coi gommoni dal comunismo e dalla tragica crisi economica che aveva colpito il paese. Ma quello dell’8 agosto 1991 fu un’altra cosa: un esodo biblico per l’Albania, imprevisto e ingestibile per la città di Bari.
Quello che accadde dopo fu uno spettacolo di una vergognosa e indecente disumanità.
La decisione di ammassare e recludere i profughi nel vecchio stadio della Vittoria di Bari, stigmatizzata dallo stesso sindaco di Bari, fu presa dal ministro dell'Interno Vincenzo Scotti e avallata dal presidente della repubblica Francesco Cossiga.
Quello che accadde da quel giorno in poi, è una storia che Lukasz conosce già.
Piccole storie in Stare Miasto
Tardo pomeriggio. Passeggio nella città vecchia. Perso in un vicolo dal nome impronunciabile, mi siedo sulla soglia di un piccolo portone, dall’aria di casa disabitata, per una breve sosta.
Mi guardo intorno. Vedo una luce, sbirciando attraverso la grata di una piccola finestra a vetro, proprio sotto di me. Sembra un piccolo laboratorio artigiano, nel seminterrato.
Un orafo con i suoi attrezzi di precisione sta cercando, dall’espressione del viso e dai gesti nervosi si direbbe senza molto successo, di incastonare un brillantino su un anello d’oro luccicante. Niente, non ce la fa.
Ci riuscirà forse più tardi, immagino. Quando sarà buio, dopo ore e ore vane di sforzi inutili.
E un giorno chissà, quando finalmente lo avrà venduto, allora potrà gioire. Non per un qualche numero di biglietti da 500 zlotych ricavati, che accantonerà con indifferenza, ma per essersi finalmente liberato dal ricordo di una fatica snervante e interminabile.
Mi ritrovo a scrivere questa storia, più tardi, sul mio taccuino. Le storie, che meraviglia. Cosa importa se reali o inventate? Quello che conta è che qualcuno le sappia riconoscere. Ci vuole poco, basta avere occhi per vedere.
Comunismo + S = Consumismo
Una strana equazione. Non mi ero mai accorto, pur avendo avuto questi due concetti in testa per tutta la vita, quanto linguisticamente fossero simili, quasi uno scherzo del destino.
Assonanza pressoché perfetta.
Se si potesse rappresentare la caduta del muro con una S, si potrebbe spiegare la storia con un’equazione matematica.
E con lo stesso costrutto, ma di tipo geometrico, potrei definire la mia equidistanza da entrambi.
Potrei scriverne a lungo. Ma è tardi e sono stanco. Vado a dormire, in preda al mio delirio matematico.
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