Jozef il pescatore

Helèn è ancora giovane. Piange il suo uomo alla finestra. Guarda il mare in burrasca, che glielo ha portato via.
Le ore scivolano sul vetro silenti, togliendo ogni speranza.
Lui e il suo gozzo a motore, inseparabili, come pianta dalla radice. Nel mare che non ha confini, che non conosce frontiere. Dove il rumore del vento è compagno di pensieri.
Ignaro di altri amori che non fossero lei, con la vernice porpora, aveva scritto Helèn sulla fiancata destra.
E’ quasi sera. Piove ancora. Il vento polverizza le sue nuvole d’acqua, sbattendo violento sugli scogli scuri e muschiosi. La vita in paese è come se non fosse mai stata.
I pescatori sono tornati a casa mesti, ad abbracciare i propri figli. Ingoiano brodi caldi che non scendono in gola. E’ un giorno amaro. Un loro compagno non ha fatto ritorno.
La mattina dopo, quiete. Sole, finalmente. Caldo come a mezzogiorno. Anche il mare è muto.
Poi d’improvviso, un vociò di gente che arriva dal
porticciolo. Hanno ritrovato un uomo, l’ha restituito il mare. E’ vivo. Chiede di Helèn.

È questa l’epoca del disinteresse e dell’indifferenza di massa dove, più che nella sicurezza e nella stabilità, si preferisce adagiarsi nel provvisorio
Versi tratti da: Demo Keller | Disappunti. La scomparsa del genere umano | 2026 Nulla Die Edizioni