Sine die

Ho raccolto i miei detriti
dal fondo limaccioso di questi anni
in cui, al posto degli antichi vessilli
sorgono insegne luminose
io che nella civiltà moderna
non faccio altro che stare
stupito di come il superfluo di ieri
sia diventato il necessario di oggi
riposo dai miei tormenti, la notte
al rumore del silenzio
mentre fuori, quel che resta del vento
stride, tra la ruggine e le macerie
in sogno, sfilo indolente nei cortei funebri
fingendo di essere il morto
unico modo che ho per sottrarmi
all’ignobile mediocrità del sopravvivere
traspare, al mattino
un tempo a non finire
di giorni accatastati
reiterazione infinita di cerimoniali arcaici
e mentre risuona, dalla frontiera
il lamento dei profughi
in viaggio verso destinazioni
che diventano destino
di retrovie e confino
si delinea il mio prossimo viaggio
senza smania di arrivare
adesso che le distanze
si misurano in unità di tempo
ma con l’eccitazione di andare
alla ricerca del primo uomo
sulle orme di Gerico
al passo dei mercanti Romei
in transito dai valichi d‘Oltralpe
in cerca di un esilio da un mondo
di uomini avvezzi al pianto
verso un nuovo altrove
che non sia, soltanto, ornamento

eppure, quel che io m’impegnavo a tacere, agli occhi estranei si era già svelato, a mia insaputa
Versi tratti da: Demo Keller | Disappunti. La scomparsa del genere umano | 2026 Nulla Die Edizioni